Michelle Obama: Becoming, l’autobiografia e la moda

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di Antonella Catena



Arriva Becoming, il memoir di Michelle Obama: ve lo raccontiamo vestito per vestito

Alzi la mano chi non lo sa… Dal 13 novembre 2018 è in libreria il memoir di Michelle Obama. L’ha intitolato Becoming. La mia storia. Manuale per diventare Michelle Obama, l’ex First Lady che sempre più americani vorrebbero come futura President of The United States of America. Lei non ci sta.

E il perché lo dice all’inizio del suo memoir: “Ho visto troppe cose”. Sottinteso: che non mi piacciono.

Becoming è uscito in tutto il mondo in contemporanea. Un’invasione. In Italia lo pubblica Garzanti. La cover l’ha lanciata lei stessa: su Instagram, alla sua maniera. Grande Michelle Obama. Ricordate quando esordì su Snapchat? Ma anche solo quando faceva scivolare via la forfora dalle spalle del suo Obama… Del resto lei il suo libro non lo chiama autobiografia, ma “il racconto di una profonda esperienza personale”.

Oggi che alla Casa Bianca c’è Melania Trump che zappa l’orto (di Michelle) in Louboutin, l’autrice di Becoming è un fantasma sempre più presente… con la sua assenza.

Ricordate quando se ne andò? Il libro comincia proprio da lì. Michelle & Obama che accompagnano Donald & Melania. Un po’ come quando i vecchi inquilini passano le chiavi ai nuovi. Mette proprio la data: “Barack e io abbiamo lasciato per l’ultima volta la Casa Bianca il 20 gennaio 2017 per accompagnare Donald e Melania Trump alla cerimonia d’insediamento”… Io ci leggo un filo di trattenuta nostalgia, e voi?

Quel 20 gennaio 2017, alla prima “avvocatessa nera nata nel ghetto di South Side Chicago, laureata a Princeton e diventata First lady” era riuscito un doppio colpo. Nell’arco di tre giorni, Michelle Obama aveva compiuto 53 anni (il 17 gennaio: oggi ne ha 58) e lasciato la Casa Bianca.

Già allora c’era chi scommetteva su di lei come candidata democratica alla Casa Bianca.

Di certo c’era già chi ne sentiva la mancanza. Erano già tanti. E tra i tanti c’era anche il fashion system americano e internazionale come dimostra la nostra gallery. Perché, oltre a essere stata (via sondaggio) la First Lady più amata di sempre, era dai tempi di Jackie Kennedy che la padrona di casa alla Casa Bianca non stringeva un rapporto così stretto con la moda. Nazionale e internazionale. Col senno del poi, è ancora così.

L’ex modella Melania Trump sarà bellissima ed elegantisisma, ma sembra sempre sfilare… Anche quando fa i suoi fashion scivoloni…

Nancy Reagan arrivò a dare il proprio nome a una gradazione dell’amatissimo rosso, ma Michelle Obama è andata oltre le sue predecessore. Da vera donna contemporanea ha fatto una rivoluzione, usando tutte le armi a sua disposizione. Nel particolare, usando senza mai farsi usare (o almeno mettendosi sullo stesso livello, come in un simbolico contratto scambio) la moda, gli stilisti, gli abiti e gli accessori.

In otto indimenticabili anni, Michelle Obama ha seguito i propri gusti (come tutte noi), usato il suo ruolo (solo suo) e sfruttato la rivoluzione social/tecnologica. Da Instagram a Snapchat ha postato (e fatto postare) tutto il quello che ha voluto di se stessa, della sua famiglia e del suo guardaroba.

Ha mixato il low budget all’alta moda. È passata da J. Crew alla Horizon Bag di Givenchy. Ha lanciato stilisti giovani e a stelle e strisce. Ha indossato un Atelier Versace quando alla White House c’era l’italiano Matteo Renzi. E Alexander McQueen quando era a Londra, dalla Regina Elisabetta o da Samantha Cameron, moglie dell’ex Primo ministro locale.

Per non parlare del record delle tre cover di Vogue Usa…

Non a caso, i principali media americani nei giorni dell’addio avevano sottolineato proprio come Michelle Obama aveva usato la moda per fare quella rivoluzione andata di pari passo con la coltivazione dell’orto e tutte le sue campagne politico/sociali/femministe. Di certo nel parla anche nel libro.

Ma indipendentemente dal suo Becoming. La mia storia, ecco i nostri 10 come e perché Michelle Obama ha fatto la Storia. Della moda, del costume e quella americana tutta.

1) La prima apparizione. In total look giallo (suo colore preferito, indossato con un tono più acido anche per il giuramento del marito, nel gennaio 2009) di J.Crew da Jay Leno in tv. Era ancora la moglie del candidato presidente Barack Obama. La rivale Sarah Palin spendeva 150.000 dollari in abiti e lei, in blusa di seta con gonna dorata e cardigan, diceva alle americane “io vesto come voi: tutte conosciamo e possiamo permetterci J. Crew. E online si possono fare degli ottimi affari”. La rivoluzione era cominciata. La soldatessa Michelle aveva conquistato il suo esercito di cittadine/votanti.

2) Michelle, ma anche Obama, sono stati i protagonisti per 5 anni e mezzo di un fashion blog tutto dedicato alla loro style evolution. E lei è al centro di un saggio di un professore della New York University, pubblicato sulla Harvard Business Review, titolato: “How this First Lady moves markets”.

A conferma che gli abiti non hanno mai avuto potere come sotto la presidenza degli Obama, Michelle ha organizzato un Fashion Education workshop alla Casa Bianca. Ha invitato gli studenti a seguire l’esempio di Jason Wu. Ovvero lo stilista indossato per il passaggio di consegne a Donald Trump e Melania Trump il 20 gennaio 2017. Ma anche durante l’ultimo speech da presidente di Obama a Chicago. E per i due balli inaugurali del 2009 e 2013. Jason Wu aveva donato l’abito bianco del primo ballo allo Smithsonian, il museo della cultura/storia americana.

3) Siete pronte? Ecco la lista dei principali stilisti vestiti da Michelle in 8 anni (non sono tutti, sappiatelo). Carolina Herrera, Narciso Rodriguez, Michael Kors, Maria Cornejo, Thom Browne. Isabel Toledo, Jason Wu, Prabal Gurung, Donna Karan, Marc Jacobs, Oscar de la Renta. Ralph Lauren, Marchesa, Tom Ford, Vera Wang, Tadashi Shoji. Cushnie et Ochs, Tory Burch, Naeem Khan, Brandon Maxwell, Rodarte. Bibhu Mohapatra, Zac Posen, Barbara Tfank, Alexander Wang, Rag & Bone, Joseph Altuzarra. Tracy Reese, Monique Lhuillier, Thakoon, Christian Siriano. Calvin Klein, Sophie Theallet, Reed Krakoff, Diane von Furstenberg, Derek Lam. Proenza Schouler, Alice & Olivia, Talbots, Target, Ann Taylor. Sheesh. E Gucci, Versace, Givenchy, Alaïa, Junya Watanabe, Christopher Kane. Roksanda, Moschino, Lanvin (comprese le famose e costosissime sneakers),. Dries Van Noten, Alexander McQueen, Duro Olowu, Kenzo.

4) Mai nessuna First Lady americana era stata sulla cover di Vogue Usa ben tre volte. Mai nessuna First Lady americana aveva confessato, intervistata: “Come scelgo un abito invece di un altro? Semplice: mi chiedo se è carino e mi sta bene”.

5) Michelle Obama non è però riuscita a fare il miracolo di salvare dalla crisi finanziaria/bancarotta brand come J.Crew, Maria Pinto (la sua stilista/negoziante di Chicago), Bibhu Mohapatra. Le è invece riuscito di far conservare un suo abito presso il National Museum of African-American History and Culture, il più importante museo afro-americano degli Usa. Il dress è quello bianco e rosso indossato nel 50esimo anniversario della marcia su Washington del 1963. È di Tracy Reese, che ancora ringrazia la First Lady per il record di vendite assicurato a un’altra sua creazione. Ossia, l’abito rosa e dorato messo in vendita subito dopo che lei l’aveva indossato alla convention democratica del 2012.

6) In tempi di consumo virale anche degli abiti, Michelle ha vestito una lista infinita di stilisti, interagendo con tutti nel modo più democratico possibile. Jackie Kennedy, tra gli americani, aveva stretto un’alleanza quasi monopolistica con Oleg Cassini. E Nancy Reagan con Adolfo e James Galanos.

7) Michelle ha aggiornato la “fashion democracy”, invitando tutti i suoi stilisti alla Casa Bianca, ma mai due volte. E anche la “sartorial diplomacy”. Per la cena ufficiale con il primo ministro indiano ha scelto Naeem Khan, stilista indiano-americano. Qualcuno ha fatto anche notare che il giorno del referendum in Italia, lei ha scelto Gucci, brand originariamente toscano come Matteo Renzi.

8) Michelle Obama ha indossato sia abiti da lei stessi comprati, magari aiutata dalla consulente Meredith Koop, che “prestati”. Nel primo caso tutti gli stilisti dicono di non aver mai saputo prima quando avrebbe indossato le loro creazioni, scoprendolo anche loro dai media. In genere gli abiti usati in situazioni non ufficiali sono stati tutti comprati, spesso in discount. Quelli per i dinner, i viaggi e gli incontri di Stato, sono stati donati dagli stilisti e poi dati ad archivi e musei.

9) Michelle Obama però, da donna indipendente e contemporanea, si è anche ribellata all’etichetta della “sartorial diplomacy”. Per incontrare il presidente cinese ha scelto il famoso Alexander McQueen rosso (lacca cinese?) e non l’amato Jason Wu che è cino-americano ma di origine taiwanese, quindi non ben visto da Pechino. In pratica il contrario di Donald Trump

10) Come lei nessuna mai. Neppure una ex top model come Carla Bruni Sarkozy è riuscita ad avere lo stesso impatto sulla moda nazionale e internazionale. E perfino l’altra grande riciclatrice (come Michelle) Kate Middleton, nei suoi vari tentativi di legarsi/appoggiare/lanciare giovani stilisti della London Fashion Week, non è riuscita a sfiorare Michelle Obama.

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