Medicina da mangiare

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di MICHELE RAZZETTI



L’ultimo libro di Franco Berrino associa ricette e patologie. Un’idea curiosa soprattutto oggi che ricorre la giornata mondiale dell’alimentazione.

Negli ultimi anni la cultura enogastronomica è aumentata esponenzialmente. E senza dubbio, anche involontariamente, prestiamo più attenzione a cosa introduciamo nel nostro corpo. Il celebre motto del filosofo Feuerbach l’uomo è ciò che mangia è diventato piuttosto pop. E da questa consapevolezza derivano una serie di possibilità, fra cui quella che il cibo possa avere una sorta di potere terapeutico. Non si parla solo di comfort food, quello che ci rassicura e fa sentire bene, ma di un’alimentazione che possa contribuire a sconfiggere una patologia.

È l’idea che anima Medicina da mangiare (Franco Angeli), l’ultimo libro di Franco Berrino, medico specializzato in anatomia patologica, per anni direttore del dipartimento di medicina preventiva e predittiva dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. È bene chiarire subito il concetto con le parole in quarta di copertina: «non è la dieta che guarisce, è il nostro stesso corpo che si autoguarisce se non lo sovraccarichiamo di troppo cibo, di cibi difficili da gestire da parte del nostro fisico, di cibi tossici».

E così Berrino si rivolge sia a coloro che vogliono sposare un’alimentazione preventiva sia ai malati che vorrebbero, anche grazie al cibo, stare meglio. Già perché la motivazione che sta dietro a questa guida verso un’alimentazione sana è estremamente pratica. Molti pazienti secondo l’autore faticano a «tradurre in pratica, in cucina, le indicazioni preventive e terapeutiche relative alla nutrizione».

Dopo una parte teorica introduttiva, il lettore trova quindi una serie di ricette – basate sulla cucina mediterranea e su quella macrobiotica – abbinate alle malattie che aiutano ad affrontare. Ma prima di tutto nel manuale si trovano alcuni suggerimenti imprescindibili.

Una potente metafora di Stefania Piloni, nella sua prefazione a Medicina da mangiare, paragona il cibo a una trappola per topi. Se non prestiamo attenzione, la molla scatta e ci consegna malandati al dottore. Fra i disturbi più comuni derivanti o associati a ciò che mangiamo ricorrono il diabete, l’ipertensione e la gastrite. Condizioni patologiche che ci impongono «una libertà condizionata alimentare, con associazioni virtuose o dannose, con milligrammi e cibo pesato, anche fuori pasto».

E così ritorna l’idea che la malattia è spesso un segnale che il nostro corpo ci invia. Non ci si deve illudere che una ricetta possa cancellare da sola i sintomi; tuttavia virare verso uno stile alimentare più sostenibile per il nostro organismo contribuisce indubbiamente a renderci più forti di fronte a qualsiasi evenienza. È un cambiamento che dovremmo regalare a noi stessi. E in questa rivoluzione occorre alleggerire e semplificare, ricordandosi la massima di Michael Pollan che suggerisce di mangiare cibo vero, prevalentemente vegetale, con moderazione.

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